Sante Di renzo

dalla chimica all'editoria

Il mio amico Aldo Carotenuto

Ho conosciuto Aldo Carotenuto ancor prima di diventare editore. Fu un incontro dettato dal mio desiderio di intraprendere un’analisi. Ne nacque una profonda amicizia, fondata su una sorta di “complicità” culturale e di mutua collaborazione.

A lui piaceva la mia formazione scientifica e il fatto che avessi viaggiato molto. È sempre stato una persona molto curiosa, soprattutto nei confronti di ciò che esulava dalla psicoanalisi. Ricordo che gli piaceva farsi raccontare dei miei viaggi e che mi faceva sempre molte domande di carattere scientifico. 

Prese persino l’abitudine di mandarmi una cartolina ogni volta che era lui a partire, perché – come mi confidò in seguito – era stato grazie ai miei “reportage” che gli era venuta la voglia di avventurarsi in luoghi inesplorati. E giacché metteva in ogni cosa un’infaticabile entusiasmo, in capo a una decina d’anni poteva già vantarsi di aver fatto almeno due volte il giro del mondo. 

Difficile dire cosa di lui mi sia più caro. Se il ricordo dell’analista, dell’amico o dell’intellettuale. Credo che tutte e tre le cose abbiano contribuito a farne l’uomo speciale che era: originale, piuttosto che cattedratico e rigoroso. Aveva l’aria di chi – pur dopo anni e anni di un mestiere di per sé sfiancante – continua a trarre soddisfazione e divertimento dal proprio lavoro.

Forse perché si rifiutava di viverne la monotonia, forse perché in esso trovava linfa e risorse per il suo scrivere. La sua più grande dote stava nel “travolgere”, più che coinvolgere, coloro che gli stavano attorno: pazienti, studenti, amici… Era difficile che restasse inosservato: lo si poteva amare oppure odiare, ma non restargli indifferenti. 

Da ex-paziente posso dire che i suoi metodi mi sconcertavano, ma proprio per questo mi stimolavano: mi obbligavano, in certo qual modo, a guardare oltre l’immanenza dei problemi che mi trovavo ad affrontare. Rammento che durante l’analisi diedi, in un solo anno, tutti gli esami di psicologia; facoltà alla quale mi ero iscritto, già prima di conoscere Carotenuto, senza reale convinzione. È stato lui a introdurmi a una formazione di tipo umanistico – complementare ai miei precedenti studi di chimica – e a farmi apprezzare il valore dell’epistemologia. Con gli anni, il nostro rapporto è diventato speculare. 

A volte era lui a chiedermi consiglio o a cercare in me un orecchio attento. Ho imparato a coglierne i silenzi e le preoccupazioni, così come ad apprezzarne la generosità e la disponibilità. Quando ho intrapreso la mia avventura editoriale ho trovato in lui un sostenitore entusiasta, ma anche critico e molto attento. A dire il vero non fu affatto facile arrivare alla stesura finale della sua biografia nella collana “I Dialoghi”, perché era contrario alla forma discorsiva dell’intervista. Voleva a tutti i costi che il libro fosse a sua reale immagine e somiglianza e quando finalmente giungemmo alla versione definitiva vidi sul suo viso una sorta di severo compiacimento. 

È stato allora che ho capito il senso del suo essere “creativo”: il lavoro dell’artista è innanzitutto un lavoro su se stessi. Ci vedevamo spesso e lui non mancava mai di informarsi dei miei “risultati”: quanto ha venduto quel libro, perché non intervisti la tal persona, quali libri stai per pubblicare… Leggevo nei suoi occhi un’approvazione che talvolta rimpiango. Rammento che mi telefonava per avvisarmi ogni volta che leggeva una qualche recensione riguardante la mia casa editrice. Di solito accadeva la domenica mattina, dopo che aveva letto il supplemento del Sole24Ore. Può sembrare una sciocchezza, ma ancora adesso, la domenica, quando squilla il telefono, mi sorprendo a pensare che potrebbe essere lui.