Sante Di renzo

dalla chimica all'editoria

Edoardo Boncinelli, genetista mondiale

Devo all’amico Aldo Carotenuto il piacere di aver conosciuto Edoardo Boncinelli. E di piacere si è trattato, non solo perché è fra i libri della collana “I Dialoghi” che mi hanno dato maggior soddisfazione, ma anche perché sul piano umano, scientifico e intellettuale, Boncinelli è una delle persone più “travolgenti” che abbia incontrato. 

I due – Carotenuto e Boncinelli – si conoscevano da lungo tempo. Per la precisione, dai tempi di Napoli, quando il primo esercitava la professione di psicoanalista e giornalista, mentre il secondo lavorava presso l’Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica.

La loro è stata senz’altro (parlo al passato, perché l’amico Carotenuto è ormai scomparso) una di quelle simbiosi intellettuali di raro valore: un’amicizia fondata sull’incontro-scontro di idee, progetti e opinioni, che meriterebbe una trattazione a sé, ben più ampia di questa breve cornice. 

Sta di fatto che Aldo non faceva altro che ripetermi: “Devi assolutamente intervistarlo: quello è un uomo che andrà lontano!” Così, forte della presentazione di Aldo, fui ricevuto praticamente subito dopo i primi scambi di fax, a Milano, dove nel frattempo si era trasferito come responsabile del Dipartimento di Biologia Molecolare del San Raffaele. 

Fin dai primi scambi di battute, mi fu facile capire il perché dell’entusiasmo di Carotenuto: mi trovavo dinanzi a un uomo eccezionalmente colto – non solo in ambito scientifico, ma anche filosofico e persino psicologico – dall’aspetto lievemente letargico, innocuo, ma dalla battuta sagace e pungente. Il suo sorriso sornione lo rendeva istintivamente simpatico, ma dalla sua bocca uscivano parole, dure, decise e inappellabili. 

Faceva un uso aforistico dell’ironia: ogni battuta era una piccola perla di saggezza su cui riflettere. Appariva anche molto sicuro di sé. Ricordo che mi disse con estremo candore: “Se Margherita Hack ha fatto un libro con lei, non vedo perché non lo possa fare anch’io”. E poi rise, con quella pienezza che è tipica degli spiriti ancora un po’ fanciulleschi. La prima intervista andò benissimo: il materiale non solo era esauriente, ma aveva smalto. 

Era brillante, come il suo modo di conversare. Tuttavia, continuammo a vederci, un po’ per ritoccare gli aspetti troppo “scientifici” del libro – ovvero di non facile comprensione per i non addetti ai lavori – un po’ per il semplice piacere di mantenere quella che sempre più si stava tramutando in un’amicizia. Anche dopo la pubblicazione del libro, infatti, i contatti non si sono interrotti, anzi: ho trovato in Boncinelli un “audace” recensore degli altri libri della collana. Una volta mi fece addirittura l’onore di scrivere un’intera pagina su Il Corriere della Sera dedicata alla mia casa editrice. E posso assicurarvi che fu un’idea sua, della quale non ero minimamente a conoscenza. 

Quando vidi l’articolo e lo chiamai per ringraziarlo, si schernì dicendo: “Bisogna ben fare qualcosa per aiutare la cultura!” Tornando al libro, la prima bozza che gli inviai era piena di domande e suggerimenti, che avevo inserito al fine di rendere la narrazione il più accessibile possibile, senza per questo snaturarne il valore scientifico. 

Ci capimmo al volo: dopo appena due settimane mi rimandò il testo riveduto e corretto, come da suggerimenti. Non voglio esagerare, ma era perfetto: l’universo dei geni e del DNA raccontato con la semplicità di una favola e l’appeal di un thriller. Luca Cavalli Sforza lo recensì a piena pagina su La Repubblica, mentre Rita Levi Montalcini chiese un incontro, a Roma, con l’autore. E pensare che quello era appena il secondo libro della nascente collana “I Dialoghi” (il primo è stato quello di Margherita Hack).

Tempo dopo, Edoardo mi ha confidato che ci aveva preso gusto a scrivere libri divulgativi (il nostro era stato il primo) e quindi adesso mi riteneva responsabile di questo “terribile vizio!” Ovviamente pronunciò le parole “terribile vizio” con una fragorosa risata. 

Da allora, ha pubblicato con autori molto più forti di me (Mondadori, per esempio), ma proprio come è accaduto con molti altri autori che hanno esordito nella mia collana e sono poi passati a editori di più rinomato prestigio, continuo a provare orgoglio e soltanto orgoglio nel sapermi precursore di un particolare tipo di divulgazione scientifica: l’autonarrazione. 

Peraltro, per me è anche un vantaggio: perché maggior fama ricevono i miei autori, più spinta di marketing ottengo a gratis! Poi una cosa tira l’altra: Aldo Carotenuto, che aveva caldeggiato il nome di Boncinelli per la collana “I Dialoghi”, ha anche lui pubblicato una sua autobiografia con me (malgrado fosse già un affermato e blindatissimo autore Bompiani). Boncinelli, entusiasta, mi presentò Chomsky e altri autori che sono a loro volta entrati nel “catalogo”, o forse dovrei dire nella “famiglia” dei liberi pensatori, che si ricavano un breve spazio di riflessione per parlare della propria vita e delle proprie imprese.