Sante Di renzo

dalla chimica all'editoria

Ernst Nolte e il passato che non vuol passare

Ernst NolteErnst Nolte verrà ricordato come l’uomo che scatenò la Historikerstreit, la “disputa tra gli storici” (ma in verità coinvolse anche filosofi, politici e intellettuali vari), con un articolo del 5 giugno 1986 sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, intitolato “Il passato che non vuole passare”.

Da allora lo chiamarono revisionista, negazionista, lo accusarono (Habermas sulla Zeit dell’11 luglio) di apologia del nazismo. Tutto nacque dalla sua affermazione secondo cui Hitler e il nazismo rappresentavano la risposta della Mitteleuropa (e della Germania in particolare) alla Rivoluzione russa del 1917. 

Nel tracciare un legame di causa-effetto, un prima e un dopo, sembrava dunque assegnare le responsabilità del nazismo al bolscevismo e anteporre i gulag, come modello di sterminio, ai campi di concentramento. 

La questione era bollente: dire che Hitler si era “difeso” dal terrore rosso segnava la possibilità di una deresponsabilizzazione. All’articolo seguì un libro (l’anno successivo), dal titolo La guerra civile europea 1917-1945, nazionalsocialismo e bolscevismo.

Altri storici – Hildebrand, Hillgruber e Stürmer fra tutti – cavalcarono e rafforzarono le sue tesi. Stürmer addirittura riscrisse la storia tedesca in termini epici e geografici: la posizione della Germania e dell’Europa tutta, schiacciata tra i vincitori morali della Prima Guerra Mondiale (americani e inglesi) e i russi, avrebbe costretto Hitler a partorire l’idea di una supremazia tedesca che capovolgesse un destino di sconfitta certa.

Poco importava a Stürmer della folle realtà del genocidio. Incidente di percorso? Parentesi? Un po’ come l’invasione degli Hyksos di Benedetto Croce: il fascismo come malattia transitoria e sostanzialmente inspiegabile della storia nazionale italiana. Per Nolte, invece, anche l’antisemitismo poteva essere ricondotto alla paura bolscevica (e, questo sì, gli valse l’accusa di antisemita), perché la maggior parte degli ebrei era di orientamento politico comunista.

Qualcun altro, non Nolte per la verità, utilizzò poi le “cause” storiche del nazionalsocialismo – rilevate dallo storico tedesco – per rivendicare l’orgoglio nazionale, contro la “cultura della colpa” instauratasi dopo Norimberga. La posizione di Nolte è rimasta sempre sopra la linea di spartiacque delle due opposte fazioni. Non ha mai dato risposte incontrovertibili alla domande che lui stesso aveva contribuito a scatenare: il nazismo come “difesa” dell’Occidente, contro la violenza bolscevica, basta a spiegare l’Olocausto?

L’obiettivo di una causalità storica è unicamente interpretativo o anche morale? Se devo essere sincero, nei due giorni che abbiamo trascorso insieme a Berlino, nel 1998, quando mi ha concesso l’intervista dalla quale è poi nata la sua autobiografia di storico – L’eredità del nazionalsocialismo (pubblicata nel 2000) – non una sola volta gli ho sentito dire qualcosa che avesse un intento “revisionista”. L’Olocausto era e restava per lui il momento più buio dell’umanità (e della Germania in primis), ma a detta di Nolte non lo si poteva pensare come un incubo partorito dal nulla o nato unicamente da una mente malata. Sta di fatto che dopo il libro di Nolte – che in Italia uscì nel 1988 con il titolo di Nazionalismo e bolscevismo (per audace scelta di Rusconi) – si cominciò a studiare più da vicino anche i gulag e si cominciò a parlare, per il XX secolo, di due regimi totalitari (e non più di uno soltanto).

Come storico, Nolte “predicava” innanzitutto l’importanza del “contesto storico”. Non esistono, secondo lui, eventi indipendenti. La maggior parte degli storici gli rimprovera – nella costruzione di un filo temporale degli eventi scatenanti – l’attribuzione di una responsabilità storica agli antecedenti. La sua tesi di dottorato – Il fascismo nella sua epoca – è ancora oggi considerata (anche dagli storici che hanno avversato le sue tesi sul nazionalsocialismo) come un punto di riferimento sull’argomento.

A riprova della sua onestà, devo rammentare che fu proprio lui a consigliarmi, per la mia collana I Dialoghi, di intervistare anche lo storico George Mosse, che sul nazionalsocialismo e i fatti della Seconda Guerra Mondiale aveva una visione ben diversa dalla sua. Diceva: nel leggere la Storia, un solo punto di vista non basta. Come uomo lo ricordo mite e molto cordiale. Nella nostra “due giorni” di Berlino, ci interrompevamo per andare a mangiare in una piccola trattoria italiana, vicino casa sua, e a me colpiva molto l’estrema colloquialità e la perfetta padronanza dell’italiano con le quali scherzava con il proprietario del ristorante e il di lui figlio.

Nelle conversazioni personali, che vertevano sulle preoccupazioni dell’attualità – il processo ancora incompiuto di riunificazione tedesca, l’opportunità di accettare la Turchia nell’Europa (a suo dire assolutamente prematura) – parlavamo sempre in italiano. Aveva letto moltissimi libri di storici e filosofi italiani e diceva di apprezzarne tolleranza e curiosità. In particolare, lo divertiva molto lo scenario politico italiano, a suo dire confuso ma estremamente vivo. Ma per l’intervista preferì parlare in tedesco, perché voleva essere certo di non venire frainteso. Misurava con attenzione ogni parola. Si capiva che non voleva si ripetesse la disputa degli anni Ottanta.

Prima di accettare il nostro incontro mi aveva fatto molte domande: sulla casa editrice, sugli autori che avevo pubblicato, sulla risposta dei lettori (non il numero di copie vendute, ma l’interesse dei lettori agli argomenti trattati). C’era qualcosa di circospetto, quasi di incredulo, in quelle sue domande: che qualcuno dall’Italia potesse avere interesse alla sua vita, alla sua visione della vita, lo lasciava meravigliato. Mi è capitato con quasi tutti gli autori della collana I Dialoghi: sono abituati a parlare delle loro competenze (in storia, economia, fisica, matematica…), ma non si aspetterebbero mai che qualcuno possa avere interesse per loro, per come hanno costruito quella competenza, per come l’hanno scelta. La sera del secondo giorno, al momento di accomiatarmi, volle accompagnarmi per un tratto di strada. Passammo in una piazzetta dove avevano appena costruito una casa di vetro, dentro la quale avevano messo una famiglia, che tutti potevano spiare, giorno e notte. 

Era il Grande Fratello dal vivo. Si fermò a fissarla, disse di non capirne l’utilità. Si meravigliò di come la Storia dell’umanità fosse passata, in meno di mezzo secolo, dalla tragicità estrema all’inessenzialità esibita. Ci siamo poi rivisti in Italia – anche con la moglie che ebbi modo di conoscere meglio – durante un giro di presentazioni del suo libro nelle scuole italiane. L’affluenza fu sempre molto alta. In un’occasione dovemmo addirittura affittare un cinema per ospitare tutte le persone (adulti e ragazzi) che volevano ascoltarlo. Una cosa simile, fino ad allora, mi capitava soltanto con Margherita Hack, che però era un’astronoma. Mai mi sarei aspettato che un anziano storico, “passato” al suo tempo, potesse richiamare così tanto interesse. Ma evidentemente c’è ancora un passato che non vuol passare. Ed è importante poterne parlare.

Di Sante Di Renzo

Letture consigliate:

  • Ernst Nolte, L’eredità del nazionalsocialismo, Di Renzo Editore 2000 (rist. 2003).
  • George Mosse, La nazione, le masse e la nuova politica, Di Renzo Editore 1999.