Sante Di renzo

dalla chimica all'editoria

Da Frank Wilczek una bella lezione morale

C’incontrammo a Oxford, di buonora, in una mattina dal cielo terso. Una di quelle giornate che fanno onore alla bellezza dei luoghi. Lo raggiunsi al college, dopo aver attraversato una serie interminabile di cortili, prati e sentieri, immersi nel silenzio più totale. C’era pochissima gente e una pulizia impeccabile. In portineria trovai la moglie, ad aspettarmi. 

Una donna molto affabile, con il piacere della conversazione: nei pochi metri che ci separavano dal salotto, nel quale mi attendeva suo marito, ebbe modo di parlarmi con dovizia di particolari dell'Inghilterra, dell'Italia e degli Stati Uniti. Trovai Wilczek raccolto in un’atmosfera molto calda. Il salotto – luogo deputato dal college ai docenti, proprio per l’accoglienza – era carico di quadri e mobili antichi, che incutevano un certo rispetto, ma infondevano anche – data la gran quantità di ritratti – una certa familiarità. 

Lui mi venne incontro con un’affabilità molto italiana: a braccia spalancate e affrontandomi con una sincera stretta di mano. Anzi, rammento che la prima cosa che mi disse fu proprio: “Lo sa che mia madre è italiana?” Ovvio che lo sapevo, ma rimasi ugualmente colpito dall’orgoglio con cui lo disse. Era chiaro che l’Italia ce l’aveva nel cuore, anche se non ci aveva mai vissuto. Mi raccontò che i suoi nonni avevano lasciato la Campania per cercare fortuna in America, e lì sua madre aveva sposato un polacco. 

Lo rinfrancava il fatto che nel suo DNA ci fosse un po’ di tutto questo! L’aspetto era quello di una persona giovane e molto dinamica. E l’eloquio ne rafforzava il vigore: parlava molto velocemente, con la foga di chi vuole mettere a frutto tutto il suo tempo, senza perdere nulla. Rispose diligentemente alla domande che gli avevo già inviato per mail, ma non ci volle molto perché la conversazione si animasse di considerazioni estemporanee, nate dalla crescente affinità tra noi due.

Mi rivelò molti aneddoti della sua vita, le impressioni provate all’assegnazione del Premio Nobel per la Fisica, i piaceri del durante e le difficoltà del dopo, nel tornare alla vita di tutti i giorni, esaminando la miriade di offerte che improvvisamente ti piovono addosso dalle università di mezzo mondo.

Mi piaceva la sua curiosità: osservava tutto quello che facevo, ogni mio movimento. Mi chiedeva dei titoli della mia collana, dei lettori, quante copie stampavo, quante ne vendevo. Si disse sorpreso del fatto che in Italia ci fosse un così consistente mercato per la divulgazione scientifica; era convinto, al contrario, che la maggior parte degli italiani si interessasse maggiormente alle questioni umanistiche. 

Ci trovammo d’accordo sul fatto che si trattava di un fenomeno generazionale: la domanda scientifica è prettamente giovanile. Dimostrò di apprezzare il mio entusiasmo per un’onesta divulgazione scientifica e mi fece alcuni nomi da contattare, assicurandomi che avrebbero accettato di partecipare a una simile collana.

Dopo quel primo incontro non ci siamo più rivisti, ma abbiamo mantenuto una fitta corrispondenza: io lo tengo aggiornato sui “successi” del suo libro e lui mi racconta i “traguardi e gli obiettivi” della sua carriera scientifica. È davvero ammirevole che uno scienziato premiato con il Nobel abbia ancora voglia di scalare nuove vette. Ma questa – a essere sinceri – è una dote che ho ravvisato in tutti gli scienziati che ho intervistato: è come se quello che si è fatto, raggiunto, conquistato non bastasse mai, e non per avidità, ma per curiosità. Una bella lezione morale. Davvero.