Sante Di renzo

dalla chimica all'editoria

Un ricordo di Harold Kroto

Ho conosciuto Sir Harold W. Kroto nell’estate del 2004. Avevo da poco stampato il libro della collana “I Dialoghi” Le molecole dei viventi di Max Perutz, anche lui premio Nobel per la Chimica. Era stato proprio quel libro a convincere Kroto della bontà del mio progetto editoriale. Come me, aveva fatto della divulgazione scientifica per non “addetti ai lavori” uno dei suoi impegni educativi. 

Nel 1995, infatti, aveva fondato la Vega Science Trust, un ente benefico che produce ancora oggi filmati scientifici di alta qualità, con interviste e conferenze di premi Nobel, da diffondere via Internet e in televisione. La BBC ha trasmesso la quasi totalità degli oltre cento filmati prodotti da Kroto, che si era anche disegnato da solo il sito (www.vega.org.uk) – che funge da canale TV – grazie alle sue competenze giovanili di grafico. Sì, perché Kroto è sempre stato un personaggio eclettico: mai appagato, con una curiosità priva di pregiudizi. Si definiva seguace di quattro religioni: l’umanesimo, l’ateismo, Amnesty International e l’umorismo. 

E ai giovani che gli chiedevano consiglio rispondeva sempre con un’unica ricetta: divertirsi, non perdere tempo nella competizione, puntare all’obiettivo. L’intervista che gli andai a fare quell’estate, alla University of Sussex, ha dato vita a un libro – Molecole su misura – che è molto più di una biografia o di un libro di chimica: è un’avventura. La vita di Kroto è stata molto movimentata. 

Appena nato, la sua famiglia – il padre era originario della Slesia, la madre di Berlino – abbandonò la Germania, alla volta di Londra, per sfuggire al Nazismo. Quella della guerra fu per i Krotoschiner (questo il loro cognome originale) un’esperienza durissima, di cancellazione della loro duplice identità ebraica e tedesca, tanto da indurli, nel 1955, ad accorciare il cognome omettendone il suffisso germanico.

Eppure di quegli anni, Harold rammentava soltanto le esperienze per lui formative: era grato al padre, che fabbricava palloncini, per avergli insegnato i primi rudimenti della chimica e della fisica; era un fan convinto dell’utilità del meccano, con cui aveva giocato da piccolo; aveva intrapreso gli studi scientifici nella piena convinzione che la scienza fosse anzitutto un’attività culturale, utile alla comprensione del mondo. 

E di questo approccio alla vita aveva mantenuto inalterata la semplicità. Ricordo che al campus lo trovai – dopo aver girato a lungo senza meta in quella che era una città universitaria dentro la città – in un ufficietto che, proprio come quello di Max Perutz a Cambridge, brillava per modestia: arredo scarno, stanza angusta, mucchi di libri, tesi e faldoni sparsi dappertutto e una lavagna piena di segni.

Nessuno, intorno a lui, sembrava dare grande importanza al fatto che fosse un premio Nobel, ma in ambito scientifico è così: ci si costruisce sul campo, senza barare, giorno dopo giorno e il Nobel è una sorta di premio alla carriera. I chimici, poi, sono tra gli scienziati i più schivi, forse perché nel mondo “fuori” è più facile ricordarsi della relatività di Einstein – anche se pochi sanno veramente di cosa si tratti – piuttosto che dell’emoglobina scoperta da Perutz o della molecola C60 scoperta da Kroto.

A proposito, che cos’è la C60? E a che serve? Nel 1985 Kroto era già da anni impegnato nelle studio della molecole composte da catene di carbonio, il costituente base della vita. La sua curiosità ed ecletticità l’avevano portato a cercare catene di carbonio persino nello spazio interstellare. 

Ed è stato proprio lì che Harold ha “trovato” il buckminsterfullerene (C60), la molecola più stabile degli allotropi di carbonio (per intenderci gli allotropi sono molecole fatte solo di carbonio, come il diamante e la grafite). 

Insieme a Curl e Smalley, che con lui condivisero il Nobel, e a Health e O’Brien, Kroto aveva scoperto i fullereni: catene di carbonio formate da 60-70 atomi di carbonio legati assieme.

L’utilizzo pratico dei fullereni spazia dalle nanotecnologie – dato che sono ottimi superconduttori – al lubrificante per motori, dagli antibiotici alle cure contro il cancro. Il buckminsterfullerene – il cui curioso nome deriva dall’inventore della cupola geodetica Richard Buckminster Fuller, alla quale assomiglia nella sua struttura spaziale – è una molecola sconosciuta nel nome, ma non nella forma: è la forma del pallone di calcio. 

La sua tensiostruttura, ossia la sua capacità di esercitare su tutti i punti in cui si formano i legami una forza equivalente, la rende praticamente a prova di acciaio, immodificabile. Sembra uno strano caso del destino che proprio un uomo, figlio di un fabbricante di palloncini, con una spiccata passione per la grafica e le forme geometriche, abbia scoperto un pallone dalla forma perfetta… Ma forse, come mi disse Kroto, allora: nulla va perduto. Tutto alla fine ritorna. Tutto contribuisce a organizzare la mente in un certo modo.

Sante Di Renzo

Roma 11.05.2016