Sante Di renzo

dalla chimica all'editoria

Toni Morrison, un premio nobel afro americano

Mi trovavo a New Haven, negli Stati Uniti, dove mi ero recato per intervistare lo storico e orientalista Bernard Lewis. Un incontro davvero riuscito, che aveva portato alla nascita di una simpatia reciproca e spontanea, e a un pranzo fuori programma, lì in città, subito dopo aver ultimato il nostro lavoro. 

Giocavamo a ruoli invertiti: adesso era lui, durante il pranzo, a farmi domande sulla mia vita, i miei progetti editoriali. Volle sapere delle persone che avevo già intervistato e di quelle che progettavo di incontrare.

Trascinato dall’entusiasmo per quello che gli sembrava un progetto editoriale vincente – sono parole sue – prese carta e penna e cominciò a segnare una serie di nomi e indirizzi, e tra questi anche un filosofo e studioso siriano – Sadik J. Al-Azmesperto in cultura islamica

È stato proprio grazie alla presentazione di Bernard Lewis che poi ho potuto contattarlo e intervistarlo. Ad un certo punto della nostra conversazione, l’entrata in scena di una donna di grande presenza e carisma catalizzò la nostra attenzione: afroamericana, capelli in parte grigi, folti come un’autentica criniera, occhi scuri, sguardo intenso e penetrante. Un po’ tutti nel ristorante si voltarono a guardarla, ed io che non ne conoscevo l’identità pensai che fosse per via della sua acconciatura piuttosto stravagante.

Fu Bernard a rivelarmi, a bassa voce e con noncuranza per non farsi notare, che si trattava di Toni Morrison, la prima scrittrice afroamericana ad aver ricevuto il Premio Nobel. Ammetto che in quel momento misurai tutta la portata della mia “ignoranza” di scienziato, la mia scelta di non interessarmi del mondo della letteratura contemporanea. Bernard si alzò per salutarla e scambiare amichevolmente qualche parola con lei. 

Mi raccontò poi, a grandi linee, l’opera e l’impegno di questa donna davvero eccezionale e mi chiese se fossi interessato a intervistarla per la mia collana “I Dialoghi”. Naturalmente ne sarei stato onorato e orgoglioso, ma Bernard mi mise in guardia: non sarà facile, è molto esigente e non ama rilasciare interviste.

A fine pasto, prima di uscire dal ristorante, Bernard mi portò al tavolo di Toni Morrison per salutarla, e colse l’occasione per presentarmi e per spiegarle brevemente la natura del nostro incontro e del mio lavoro. Lei ascoltò con molta attenzione e mi diede il suo numero di fax, chiedendomi di scriverle della mia casa editrice con maggior dovizia di particolari. Tornato in Italia, cercai di colmare le mie lacune letterarie, acquistando e leggendo tutti i suoi libri, direttamente in inglese. Un inglese per la verità piuttosto complesso alla lettura.

Ci scambiammo alcuni fax, che tuttavia – come Bernard mi aveva avvertito – non portarono a un progetto editoriale condiviso. Lei era molto presa dall’idea della collana, ma disse che per uno scrittore scrivere della propria vita era più impegnativo che per uno storico o uno scienziato. 

Disse che i suoi romanzi, in un certo senso, parlavano già della sua vita e le interviste agli scrittori, in genere, non aggiungono nulla di meglio alla loro opera. Anzi, semmai è vero il contrario. Francamente, ero pienamente d’accordo con lei. Credo che l’entusiasmo che sono riuscito a suscitare durante le mie interviste con scienziati, storici, filosofi e studiosi di varia natura derivasse proprio dal loro non essere abituati a raccontarsi. Senza quell’entusiasmo, la riuscita della collana sarebbe stata di certo meno brillante.